Diritto di cronaca, quando a rischiare per difenderlo sono i precari

“Se parliamo dei nemici dei diritto di cronaca non posso non dire dell’uso intimidatorio della giustizia tramite le querele temerarie, del lavoro sottopagato e del lavoro precario. Dobbiamo rimettere mano anche alla definizione dei contratti, non devono più esistere i co.co.co rinnovati per anni, i giornalisti che figurano come programmisti registi e consulenti, e una diseguaglianza sociale tra chi è iper-garantito e chi sta per strada, che non ha niente, e fatica ad arrivare a fine mese”. Amalia De Simone, video reporter di inchiesta di Corriere.it che lavora da anni sulla criminalità organizzata in Italia e all’estero (là dove le mafie stanno ora facendo i maggiori investimenti), sintetizza così il suo intervento all’evento formativo sul diritto di cronaca intitolato a Guido Columba – il seminario svoltosi il 29 marzo a Roma su iniziativa di Ordine del Lazio, Fnsi e Unci, primo di una serie che si propone di declinare al presente le decennali battaglie del collega scomparso il 13 ottobre scorso, dopo 22 anni alla presidenza dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani.

Qui tutto il pezzo di Articolo 21: https://www.articolo21.org/2019/04/diritto-di-cronaca-quando-a-rischiare-per-difenderlo-sono-i-precari/?fbclid=IwAR3qxTPm3XMl-AKwoHSlJYQkET8mvIU6xhQrpqis6zKvVUB3zquuz1jIezo

L’8 marzo al Quirinale

Se una ragazza vittima di tratta entra al Quirinale e può prendere la parola… si lei, nera, puttana, schiava, fragile, sfregiata ma coraggiosa, liberata… se succede questo quello è lo Stato. Io c’ero e l’ho visto. Forse serve toccare il fondo in in paese, come sta accadendo, perché succedano cose così straordinarie e uomini giusti che le realizzino.

Il presidente Sergio Mattarella lo ha fatto togliendo all’8 marzo il vestito della festa e segnandolo come una giornata di impegno e responsabilità. Un solco enorme tra i messaggi di odio che arrivano da altri pezzi delle istituzioni. La schiavitu’ è un tema che andava fatto entrare nelle case della gente, andava detto che i clienti delle prostitute spesso minorenni, sono quegli uomini che vanno a fare la spesa, che accompagnano i figli a scuola e al catechismo e che poi caricano queste ragazzine sulle loro auto anche se piangono, anche se hanno i lividi, anche se hanno i capelli strappati. Così come non si può far finta di niente se in pochi giorni due donne vengono uccise dagli uomini che avevano accanto o che una ragazza venga violentata e torturata dai genitori perché lesbica. E non possiamo girarci dall’altra parte difronte a politiche medioevali: il disegno di legge Pillon crea disuguaglianze e mette in pericolo le donne e i soggetti deboli. Leggetelo, Informiamoci, capiamo, reagiamo e teniamoci per mano. Oggi la parola delle donne non era quella delle ministre, delle parlamentari, delle attrici, delle giornaliste, delle cantanti, delle artiste, delle tantissime eccellenze della scienza e della cultura, delle esponenti delle forze dell’ordine, che pure c’erano. Questa volta erano lì per ascoltare perché la parola delle donne era quella di Hope e Stefania, una nigeriana e l’altra bulgara, rese prostitute anche da noi.

L’intervista ad Amalia del settimanale Confidenze

“Ama’ ma proprio tutti fatti miei devi dire alla gente ?”. Ecco Mio padre alla vista di questa pagina che Francesco Uccello mi ha dedicato sul settimanale Confidenze. Non ne ho amato particolarmente la titolazione ma voglio ringraziare il collega che è anche un talentuoso autore televisivo, per l’attenzione al mio lavoro. Soprattutto perché si parla molto della mia precoce indipendenza e dei miei genitori, con cura, grazia e anche con un sorriso. Poi che volete se mio pa e mia ma sono delle cape toste: in fondo la mela non cade mai troppo lontano dall’albero.

VALIGIA BLU – In difesa dei giornalisti (precari), contro le querele usate come arma

L’articolo che ho scritto per Valigia Blu:

C’è stato un momento in cui uno strumento giuridico di tutela come la querela per diffamazione è diventato un abuso, un deterrente contro il giornalismo.

È successo piano piano, quando il giornalismo e i giornalisti sono diventati più deboli per via dei contratti precari, dei compensi bassi e della deresponsabilizzazione di molti editori. È successo quando la criminalità ha cominciato a servirsi dei colletti bianchi e viceversa. È successo quando in molti si sono accorti che il modo più efficace per sfiancare un giornalista, per fermare le sue inchieste, per delegittimarlo non era più quello di minacciarlo armi in pugno ma quello di utilizzare la legge come arma.

Se infatti a fronte della pubblicazione di un’inchiesta o un articolo un reporter si vede piovere addosso una o più querele o richieste di risarcimento danni e magari quel giornalista è precario o non è assistito e tutelato dal suo editore, le conseguenze possono diventare molto gravi. Va ricordato che in Italia dei circa 50 mila giornalisti attivi, solo 16 mila hanno un contratto di assunzione a tempo indeterminato (si tratta di dati segnalati da esponenti degli organismi di categoria). Il reddito medio del resto dei giornalisti (circa 34 mila) si aggira intorno ai 7 mila euro annui. Secondo l’osservatorio “Ossigeno per l’informazione” su 100 querele presentate 40 sono temerarie.

Oggi ci sono tre vie sanzionatorie nei confronti del giornalista che commette un errore: la sanzione penale, l’azione civile di risarcimento danni e l’equa riparazione, istituto previsto nella legge sulla stampa degli anni ’40. Difendersi in un giudizio ha dei costi (avvocati e bolli), può far perdere giornate di lavoro per interrogatori e udienze; una causa contro un reporter può offrire il fianco alle idee poco intrepide di quei direttori ed editori pronti a scaricare il giornalista piantagrane, uno di quelli da tenere in un angolo, uno di quelli che le rappresaglie se le va a cercare.

Ma il punto è proprio questo: il giornalista deve essere un piantagrane e “se le deve andare a cercare”, non con opinioni o provocazioni ma scovando le notizie, possibilmente quelle inedite. E qui va fatto un primo distinguo. È ovvio che il giornalista possa sbagliare e il suo lavoro debba essere criticato, ma nella valutazione di eventuali sanzioni da applicare rispetto ai suoi comportamenti è fondamentale capire se l’errore sia di natura intenzionale, se si tratti di un episodio di superficialità o se sia meramente colposo (cioè indotto da una fonte che sembrava attendibile) o determinato da una parziale o non corretta verifica della notizia. Nel primo caso, a mio parere, non si tratta di giornalismo ma di un episodio di criminalità: utilizzare intenzionalmente il lavoro giornalistico per colpire un soggetto con notizie che si sa essere false e diffamanti. Esempi ce ne sono ma inspiegabilmente spesso fatichiamo a uscire dalla trincea del corporativismo quando invece sarebbe opportuno tracciare una linea netta tra ciò che è giornalismo e ciò che non può esserlo.

Il secondo e terzo caso sono invece le ipotesi che si verificano più di frequente. Per il momento – e anche se passasse la nuova legge sulla diffamazione – questa distinzione, che potrebbe attenere alle varie ipotesi di dolo e colpa, per il reato di diffamazione non viene fatta. Rientra tutto nel dolo generico. Che significa? Che non è richiesta l’intenzione ma basta l’idoneità a offendere delle espressioni utilizzate, espressioni che dovranno rientrare nei limiti della rilevanza, verità e continenza. Esiste un’attenuazione del dolo per la diffamazione a mezzo stampa che si chiama “scriminante putativa” e si applica quando il giornalista diffonde le notizie ritenendole vere (avendo ricercato riscontri) mentre in realtà non lo sono.

Ma nella vita reale c’è purtroppo anche un quarto caso ed è quello in cui il giornalista subisce l’abuso attraverso uno strumento giuridico. Capita ormai spesso che un lavoro giornalistico che infastidisce, che disturba, spesso venga attaccato con gli strumenti della querela, in sede penale, o della richiesta di risarcimento danni, in sede civile. Qualche volta la querela viene utilizzata anche come minaccia per ottenere che il cronista smetta di occuparsi di quell’argomento. A volte l’obiettivo viene centrato perché il giornalista, spesso precario o sottopagato, viene sopraffatto dal timore di finire schiacciato dal peso delle possibili conseguenze economiche delle denunce. Altre volte è proprio il giornale, soprattutto le testate più piccole, quelle on line o le cooperative editoriali, a porre un freno o uno stop al giornalista perché la responsabilità degli articoli coinvolge in sede penale anche il direttore e in sede civile direttore ed editore in solido.

Sempre più spesso il presunto diffamato sceglie di ricorrere al giudizio civile e non a quello penale. Perché? Innanzitutto la struttura del processo penale consente una difesa più forte: c’è la fase delle indagini preliminari e la possibilità che sia la procura stessa a chiedere l’archiviazione salvo poi la possibilità per il querelante di proporre opposizione alla richiesta di archiviazione e trascinare il giornalista davanti al giudice dell’udienza preliminare (Gup). Dunque, c’è un filtro per accertare la rilevanza penale o meno del fatto oggetto della querela.

Cosa accade in sede civile? Qui le citazioni non sono sottoposte ad alcun esame preliminare. Si va direttamente in aula, davanti al giudice senza un vaglio preventivo. Tutto questo produce una serie di conseguenze per un giornalista, il quale, anche se fosse innocente, dovrà sostenere le spese legali per il giudizio, fino alla sentenza. C’è poi una questione che riguarda i tempi: in sede penale il termine per presentare la querela è di 90 giorni dalla pubblicazione della notizia, il termine di prescrizione in sede civile è invece quinquennale. Inoltre, secondo il codice civile, «in ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile». In questo modo le testate e i giornalisti possono rimanere esposti al rischio di ricevere una citazione per diffamazione anche dopo diversi anni dalla pubblicazione della notizia.

Anche dal punto di vista processuale proporre l’azione civile può risultare più vantaggioso per il presunto diffamato. Nel caso in cui il giornalista perda la causa, le conseguenze possono essere gravissime e a volte insostenibili sia per il reporter che per la testata (si pensi alle richieste milionarie che sempre più spesso vengono proposte). Nel caso in cui invece sia il cronista a vincere, il “denunciante” non dovrà pagare nulla.

Che cosa prevede l’ordinamento per scoraggiare le cause per diffamazione finalizzate a intimidire il giornalista e ostacolare così la pubblicazione di notizie non gradite? In realtà poco. In molti paesi per esempio si è previsto di condizionare il procedimento giudiziario al versamento di una cauzione (per esempio pari alla metà di quanto richiesto a titolo di risarcimento), che sarà attribuita al giornalista in caso dovesse essere riconosciuta la “temerarietà” dell’azione. Ma in Italia non esiste e non è previsto nulla del genere.

E questo è il punto:

di fatto non c’è nessun deterrente efficace che limiti chi si approfitti degli strumenti offerti dalla legge per colpire i giornalisti e il giornalismo.

In più, c’è il rischio di passare dalla padella alla brace. Infatti in parlamento è “spiaggiato” da mesi un disegno di legge che vuole modificare alcune norme sulla diffamazione a mezzo stampa. Si tratta di modifiche che per accontentare lo slogan “niente carcere per i giornalisti”, in linea generale, vanno a peggiorare le condizioni sanzionatorie per i cronisti accusati del reato di diffamazione. Non a caso uso il verbo “accusare”, perché per come sono concepite queste norme, il giornalista, che sia colpevole o innocente, di fronte a delle sanzioni di tale portata, all’arrivo della “minaccia” di querela, tenderà ad autocensurarsi e anche quando si mostrerà coraggioso e intrepido, potrebbe essere la sua testata a voler fare un passo indietro.

Quali sono queste sanzioni? Una multa da 5 a 10 mila euro per chi incorre nell’ ”errore”, e da 10 a 50 mila euro nel caso in cui si sia diffusa una notizia falsa con la consapevolezza che non sia vera. Queste sanzioni pecuniarie vanno lette anche alla luce della legge sulla recidiva (quella che riguarda chi commette lo stesso reato più volte), introdotta negli ultimi anni. Questa legge infatti, in caso di più querele con esito negativo, fa lievitare in maniera spropositata queste sanzioni. A tutto questo, va aggiunto che, nonostante le richieste degli organismi di categoria, non è stata mai cancellata la norma degli anni ’40, secondo la quale, il giudice, oltre alla condanna, può decidere una provvisionale (una sorte di anticipo del risarcimento del danno) immediatamente esecutiva o stabilire un’equa riparazione per il danneggiato.

In questo decreto però c’è qualcosa di buono: si prevede la non punibilità per il giornalista che abbia pubblicato la rettifica nei termini di legge o quando l’autore abbia chiesto la pubblicazione della smentita o della rettifica richiesta dalla parte offesa ed essa sia stata rifiutata. Purtroppo però non bisogna cantare vittoria troppo in fretta, soprattutto dopo aver letto le nuove norme che regolano l’istituto della rettifica. Qui andrebbe aperto un capitolo a parte. Basta dire che, per sintetizzare il nuovo assunto normativo, chi ha dovuto maneggiare questo decreto usa l’espressione “obbligo di rettifica muta” (cioè pubblicare la rettifica senza commento, senza risposta e senza titolo) e che il presidente dell’ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, ha stigmatizzato l’ipotesi che con queste norme i giornali si trasformeranno in una buca delle lettere per rettificatori.

Si dirà che c’è anche una porta aperta per contrastare le querele temerarie e per scoraggiare chi propone una denuncia nei confronti del giornalista che risulta poi infondata. Ecco qui la norma che va a modificare un articolo del codice di procedura penale: “Il giudice può altresì condannare il querelante al pagamento di una somma da 1.000 euro a 10.000 euro in favore della cassa delle ammende”.

Al di là della sanzione pecuniaria che potrebbe essere affatto commisurata alla sofferenza patita dal giornalista ingiustamente querelato e che comunque non sembra di entità tale da fungere da deterrente nei confronti di chi abusa della querela (si pensi alle disponibilità economiche di esponenti della criminalità organizzata o a responsabili di aziende multinazionali, ecc…), ciò che colpisce è che a beneficiare della sanzione sarà la cassa delle ammende e non il giornalista o la testata. Questo avviene perché si ritiene che il danno venga arrecato all’amministrazione della giustizia e non al giornalista. Questo principio resiste anche per una norma interessante inserita nel progetto di legge delega di riforma del processo civile approvato dalla Camera l’anno scorso.

Secondo questa norma, se il giudice riconoscerà che un soggetto abbia agito in giudizio in malafede, potrà condannarlo contestualmente a versare alla controparte una somma determinata “tra il doppio e il quintuplo delle spese legali liquidate”. Anche qui, però la somma va versata alla cassa delle ammende. Questa disposizione integrerebbe l’altra forma di risarcimento, prevista dal codice di procedura civile e cioè il caso della cosiddetta “responsabilità aggravata”: un meccanismo attivabile su istanza del giornalista che presuppone la prova della malafede o colpa grave di chi aveva proposto il giudizio pretestuoso contro il cronista, oltre la prova del danno subìto a causa della condotta temeraria della controparte.

Le nuove norme, qualora fossero approvate, riguarderanno più aspetti della diffamazione ma forse non contribuiranno a risolvere storture ed abusi. SecondoAlessandro Galimberti, presidente dell’Unione cronisti, «questa legge non va bene per nulla e andrebbe abbandonata: vecchia nell’impostazione, sbagliata nelle premesse, eterogenetica nei fini. Inoltre il vero problema da affrontare sono le azioni civilistiche temerarie. Le statistiche infatti ci dicono che nella maggior parte dei casi la querela (penale) temeraria non arriva a processo perché i pm o i gip difficilmente le portano avanti». Anche Beppe Giulietti, presidente dell’Fnsi insiste molto sulla riforma del processo civile: «Dovremmo chiedere che a essere risarcita non sia l’amministrazione della giustizia ma il giornalista perché le liti temerarie nel giornalismo sono una sorta di reato di molestia all’articolo 21 della Costituzione, in quanto è la comunità che non viene messa in grado di conoscere».

Volendo tirare le somme possiamo dire senza essere smentiti che siamo in una situazione di colpevole stallo. Colpevole perché chi rimanda, non decide, non si occupa di un tema così delicato, è di fatto complice di coloro che vogliono un giornalismo asservito e anestetizzato, allergico alle inchieste, nemico della libera informazione. Questi temi non riguardano esclusivamente la categoria dei giornalisti ma investono l’intera società civile e incidono sulle libertà di tutti.

Le querele e le azioni civili temerarie determinano quello che gli inglesi chiamano chilling effect (effetto raggelamento) nei confronti dei giornalisti e degli editori che troveranno rifugio nell’autocensura, saranno messi in condizione di non lavorare più, perderanno la loro autonomia. I giornalisti hanno il dovere di informare correttamente e i cittadini hanno il diritto di essere informati correttamente. Va fatta una battaglia comune perché questo principio rischia di diventare vuoto: le querele temerarie sono di fatto un ostacolo alla normale circolazione delle notizie e un paese in cui i cittadini non sono bene informati è destinato a diventare un paese meno libero.

 

ARTICOLO 21 – A chi fa paura il giornalismo d’inchiesta?

Il pezzo che ho scritto per Articolo 21:

Cari parlamentari, a chi fa paura l’informazione libera? A chi fa paura il giornalismo d’inchiesta? Non è una domanda presuntuosa, né insinuante. Sarei ipocrita però, se dicessi che non è quella che mi viene in mente quando vedo il pantano in cui finiscono tutte le iniziative tese ad affrontare la questione delle liti temerarie nei confronti dei giornalisti. Sabbie mobili di discussioni, alibi, altre priorità a cui fare strada in Parlamento. E’ una questione di scelte e voi avete il dovere di scegliere, consapevoli che questa scelta ci dirà da che parte state. Le querele temerarie e le richieste di risarcimento danni sono diventate l’arma più forte utilizzata contro chi fa giornalismo d’inchiesta, perché anche quando l’esito di un processo dimostra l’assoluta infondatezza dell’azione giudiziaria intentata contro il giornalista, ormai il reporter ha già subito dei danni gravi.

Ha dovuto spendere soldi per difendersi, buttare giornate di lavoro per andare farsi interrogare, partecipare alle udienze, ha combattuto contro le ombre della delegittimazione, ha convissuto per anni (perché i tempi dei processi sono infiniti per tutti) con l’ansia di poter perdere e di dover ipotecare una vita intera per aver fatto il proprio lavoro. Proprio così, perché diciamocelo fuori dai denti e senza ipocrisie, la legge e la giustizia non sono la stessa cosa e qualche volta, per fortuna solo qualche volta, il sostantivo giustizia può diventare una parola vuota. Oggi chi fa giornalismo d’inchiesta e che quindi cerca di approfondire e scoprire fatti inediti, si scontra con questo tipo di minacce che sono ancor più subdole di quelle fatte a viso aperto dal mafioso di turno, sono quelle che vengono fatte utilizzando le opportunità che la legge ti offre. La maggior parte di chi fa questo tipo di giornalismo lavora da freelance o è precario e non sempre ha le tutele che sarebbero doverose da parte dell’editore che lo pubblica (anche queste andrebbero definite per legge).

Chi già fatica a versare l’inpgi, non ha l’assistenza sanitaria garantita dalla testata, non sa cosa siano le ferie e a volte fatica a farsi pagare o a farsi pagare adeguatamente, difronte ad una querela temeraria resta ancora di più “solo”. E non tutti hanno la forza o la possibilità di poter affrontare quel giorno in cui la stessa coscienza che ti spinge verso l’impegno civile, ti dice anche: ma chi te lo fa fare a queste condizioni? Quel giorno ci sarà qualcuno in meno a raccontare i fatti. Quel giorno saremo tutti meno liberi perché ne sapremo di meno. Non parlerò dei casi che mi riguardano ma se un giorno Fiorenza Sarzanini, Sigfrido Ranucci, Giorgio Mottola, Antonio Crispino, Nello Trocchia, Lirio Abbate, Milena Gabanelli, Paolo Mondani, Roberta Polese, Marilù Mastrogiovanni, Salvo Palazzolo, Danilo Lupo, Giuseppe Caporale e tanti altri di fronte all’ennesima querela temeraria o all’ennesima richiesta di risarcimento danni facessero un passo indietro, noi rinunceremmo a conoscere storie che riguardano traffico di armi, corruzioni, mala amministrazione, intrecci tra mafia e potere. Il giornalista non è un eroe, è uno che ha scelto di stare dentro i fatti, di provare a spiegarli, di essere al servizio della conoscenza e del percorso di libertà di una comunità di cittadini.

Le intimidazioni attraverso le liti temerarie hanno fatto precipitare l’Italia al settantasettesimo posto (su 180 paesi) della classifica stilata da Reporters sans frontieres, per la libertà di stampa. La sproporzione tra gruppi di potere che ti chiedono in sede giudiziaria conto di un articolo e ciò che può fare il giornalista di per difendersi è enorme. L’arma delle querele temerarie non la usano solo i criminali o i mafiosi: è diventato sempre più difficile fare il watchdog, il cane da guardia del potere, parlare di questioni che riguardano uomini delle istituzioni o quelli che hanno un ruolo nei sistemi economici, perché proprio quelli sono i primi a utilizzare l’arma della legge. Sia ben chiaro, qui non diciamo che non si commettano errori nel fare il lavoro di reporter. Solo chi non fa non sbaglia mai. Qui non diciamo che non sia giusto far valere i propri diritti davanti a un tribunale quando si ritiene di essere diffamati. Ma se il giornalista racconta dei fatti e lo fa in buona fede, utilizzando tutti i mezzi che ha a disposizione per poter verificare l’oggetto della sua inchiesta, quel giornalista va tutelato. Ve lo dice una degli ultimi che questo è il tempo delle scelte. Scegliere di fare presto delle leggi giuste che compensino questa diseguaglianza, che evitino il carcere per i giornalisti, che evitino l’esborso di somme di denaro impensabili per chi vive di uno stipendio che solo nella migliore delle ipotesi è ordinario e che imponga, come previsto anche in altri ordinamenti, il versamento di una cauzione per chi propone l’azione giudiziaria, oltre che a una sanzione dello stesso peso in caso di assoluzione del giornalista.

Per questo anche io voglio metterci la faccia e giovedì 24 novembre e sarò davanti al Senato insieme a alla Federazione Nazionale della Stampa e ad altri colleghi per pretendere che si esca dal pantano, dall’immobilismo, dallo stallo e che in parlamento si decida sulle liti temerarie. Perché in Italia i giornalisti d’inchiesta, quelli “rompiscatole”, gli spalaletame, i muckraker per aggrapparci ad una storia che, nonostante l’insulto ha reso giustizia a questo mestiere, non diventino animali in via d’estinzione.