Abdullah, 20 anni, aderì al gruppo terroristico per salvare il padre: «Ma io non ho mai ucciso, ora chiedo protezione»

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(3 agosto 2016) – Sulle gambe bruciature, tagli, colpi e cicatrici lasciano poco spazio alla pelle sana. Non sorride mai perché gli hanno spezzato i denti con un calcio del fucile quando osò dire ai suoi «capi» che Boko Haram non gli piaceva, che voleva andare via da quell’esercito di terroristi. Alla fine ci è riuscito Abdullah Alì, ma non è stato semplice. È In Italia da appena un mese, parla poco, anzi parla solo se interpellato e lo fa con un inglese incerto oppure in presenza di un traduttore, nella sua lingua, la hausa, che è la stessa che si parla nell’esercito dove «la cultura occidentale è proibita» (questo significa letteralmente boko haram). «Vengo da Maidguri in Nigeria. Sono stato in Boko Haram per tre anni da quando ne avevo 17. Un giorno alcuni capi vennero da mio padre chiedendo che mettesse a disposizione i suoi figli per il loro esercito. Mio padre rifiutò e fu rapito. Io per evitare la morte a mio padre, accettai di entrare nel gruppo terroristico. Innanzitutto cominciai l’addestramento. Vedevo armi di ogni tipo, soprattutto kalashnikov. Erano tantissime ma non so dire da dove provenissero. So che se si inceppavano ce le sostituivano subito. Ci hanno insegnato a montarle e smontarle oltre che ad usarle». Quando Alì seppe che suo padre era stato giustiziato decise di scappare e dopo alcuni tentativi ci riuscì. A casa non poteva tornare perché tutti sapevano che aveva fatto parte di Boko Haram e avrebbe rischiato il carcere così si diresse verso la Libia e da lì in Italia come i tanti che fuggono da miseria e violenza. «L’ho fatto solo per mio padre ma non ho mai ucciso. Loro uccidono per niente. Io sono contro di loro. Spero in Italia di essere al sicuro, spero che l’Italia mi protegga».

La videoinchiesta: http://video.corriere.it/costretto-militare-boko-haram-vi-racconto-stragi-rastrellamenti/08b23d58-5996-11e6-9678-6c5e366d4cd4